incontro 19 febbraio –
All’inizio di ogni Tempo liturgico, riscopriamo con gioia sempre nuova la grazia di essere Chiesa, comunità convocata per ascoltare la Parola di Dio. Il profeta Gioele ci ha raggiunti con la sua voce che porta ciascuno fuori dal proprio isolamento e fa della conversione un’urgenza inseparabilmente personale e pubblica: «Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti» (Gl 2,16). Menziona le persone di cui non sarebbe difficile giustificare l’assenza: le più fragili e meno adatte ai grandi assembramenti. Poi il profeta nomina lo sposo e la sposa: sembra chiamarli fuori dalla loro intimità, perché si sentano parte di una comunità più grande. Quindi tocca ai sacerdoti, che già si trovano – quasi per dovere – «tra il vestibolo e l’altare» (v. 17); sono invitati a piangere e a trovare le parole giuste per tutti: «Perdona, Signore, al tuo popolo!» (v. 17).
La Quaresima, anche oggi, è un tempo forte di comunità: «Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne» (Gl 2,16). Sappiamo come sia sempre più difficile radunare le persone e sentirsi popolo, non in modo nazionalistico e aggressivo, ma nella comunione in cui ognuno trova il proprio posto. Addirittura, qui prende forma un popolo che riconosce i propri peccati, cioè che il male non viene da presunti nemici, ma ha toccato i cuori, è dentro la propria vita e va affrontato in una coraggiosa assunzione di responsabilità. Dobbiamo ammettere che si tratta di un atteggiamento controcorrente, ma che, quando è così naturale dichiararsi impotenti davanti a un mondo che brucia, costituisce una vera e propria alternativa, onesta e attraente. Sì, la Chiesa esiste anche come profezia di comunità che riconoscono i propri peccati.
Leone XIV (le ceneri 2026)
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Immagine: Papa Leone XIV

