{"id":1396,"date":"2019-09-19T17:49:03","date_gmt":"2019-09-19T15:49:03","guid":{"rendered":"https:\/\/www.rete3.net\/cdp\/?p=1396"},"modified":"2024-01-14T23:52:00","modified_gmt":"2024-01-14T22:52:00","slug":"parabole","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rete3.net\/cdp\/2019\/09\/19\/parabole\/","title":{"rendered":"Parabole"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: right;\"><strong>Incontro del 19 settembre<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-366\" src=\"https:\/\/www.rete3.net\/cdp\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/martini.jpg\" alt=\"\" width=\"216\" height=\"233\" \/>Ges\u00f9 parlava in parabole. Basta scorrere le pagine dei Vangeli per averne la prova. E dobbiamo presumere che non lo facesse raramente, a giudicare dal numero di parabole che gli evangelisti ci hanno trasmesso. Alcuni passi inducono addirittura a pensare che Ges\u00f9 non parlasse alla gente in altro modo che in parabole. Si ha l\u2019impressione che Ges\u00f9 considerasse questo modo di esprimersi come il pi\u00f9 adeguato alla capacit\u00e0 di comprensione degli ascoltatori e quindi il pi\u00f9 adatto a trasmettere efficacemente il suo messaggio. Ma perch\u00e9 privilegiare questo tipo di linguaggio? Per quale ragione preferirlo al linguaggio diretto e esplicito? E quali sono le sue caratteristiche specifiche? Quali gli obiettivi che consente di raggiungere? Chi sono, infine, i destinatari di questo parlare in similitudini? Interrogativi come questi aprono la strada a una riflessione di ampio respiro. Noi ci limiteremo a suggerire qualche considerazione di carattere generale, alla luce dei testi evangelici. <!--more--><br \/>\nUna cosa, in ogni caso, \u00e8 opportuno precisare sin d\u2019ora: quella che affrontiamo non \u00e8 semplicemente una questione esegetica. La posta in gioco \u00e8 ben pi\u00f9 alta. Dietro la domanda: \u00abPerch\u00e9 Ges\u00f9 parlava in parabole\u00bb, sta infatti una questione attualissima e gravissima: quella del \u00ablinguaggio religioso\u00bb, del come parlare adeguatamente di Dio oggi. Il mondo occidentale sente fortemente questa fatica. Spesso il linguaggio usato per parlare di Dio \u00e8 stentato e fiacco, a volte imbarazzato, a volte generico; ci si divide facilmente in verticalisti e orizzontalisti, tradizionalisti e progressisti, si formulano giudizi che, alla luce del Vangelo, risultano perlomeno inadeguati. Da qui il bisogno di approfondire, di mettersi alla scuola di Ges\u00f9, di lasciarsi guidare da lui alla ricerca di un linguaggio capace di \u00abdire Dio\u00bb. Come, dunque, Ges\u00f9 parlava di Dio? E perch\u00e9 di solito ne parlava in parabole? Il fine ultimo del ministero di Ges\u00f9 fu l\u2019annuncio dell\u2019evangelo del Regno, la manifestazione efficace della benefica sovranit\u00e0 di Dio, annunciata dalle Scritture, preparata dalla storia di elezione di Israele e destinata a tutte le genti. \u00abIl tempo \u00e8 compiuto, il regno di Dio si \u00e8 fatto vicino; convertitevi e credete all\u2019evangelo\u00bb (Mc 1,15): con queste parole il Messia di Dio si presenta pubblicamente a Israele e al mondo. Ci attenderemmo a questo punto una descrizione chiara, accurata, aperta, luminosa del regno di Dio e di Dio stesso. Come non ipotizzare una predicazione di Ges\u00f9 esplicita, ordinata, strutturata e proprio per questo convincente? La lettura dei testi evangelici non smentisce queste attese, ma neppure le soddisfa pienamente. Il modo con cui Ges\u00f9 proclama l\u2019evangelo agli uomini ci riserva qualche sorpresa. Anzitutto, la figura di Ges\u00f9 appare caratterizzata principalmente dall\u2019agire. In primo piano stanno le azioni di Ges\u00f9, il suo operare efficace, potente, carismatico: pensiamo soprattutto alle guarigioni, agli esorcismi, agli interventi straordinari in favore di persone in difficolt\u00e0. Il parlare di Ges\u00f9 accompagna il suo agire e lo interpreta: la signoria di Dio \u00e8 dimostrata attraverso le opere e illustrata attraverso le parole. Quanto alla predicazione vera e propria, essa non \u00e8 sempre diretta e chiara; al contrario, non di rado appare come velata. Il passo pi\u00f9 sconcertante al riguardo \u00e8 certo quello di Mc 4,11-12, in cui Ges\u00f9 giustifica il suo parlare in parabole proprio con la necessit\u00e0 di nascondere la rivelazione del Regno, di impedire un accostamento immediato e diretto. Pi\u00f9 volte Ges\u00f9 parl\u00f2 in modo allusivo ed enigmatico, \u00abnon apertamente\u00bb, attraverso il velo delle similitudini: egli diceva e non diceva, svelava e nascondeva, manifestava e occultava. Questo \u00e8 precisamente il punto che ci interessa: perch\u00e9 Ges\u00f9 usava un simile linguaggio? Perch\u00e9 non era pi\u00f9 esplicito, non diceva apertamente e accuratamente tutto quello che sapeva? Potr\u00e0 sembrare strano, ma per annunciare autenticamente il Vangelo \u00e8 necessario in qualche misura velarlo. La constatazione che Ges\u00f9 non facesse seguire alle parabole la spiegazione (solo i discepoli ne erano in alcuni casi beneficiati, ma sempre in privato) ci impedisce di considerare le parabole strumenti didattici, esempi che conducono l\u2019ascoltatore a un insegnamento espresso poi in termini pi\u00f9 concettuali. La parabola di Ges\u00f9 non sfocia in una spiegazione piana ed esplicita, magari introdotta dalla formula: \u00abQuesto racconto ci insegna che&#8230;\u00bb. La parabola di Ges\u00f9 mantiene tutta la sua carica di enigmaticit\u00e0, lascia all\u2019ascoltatore il compito di comprenderla, lo interpella e lo costringe a interrogarsi, lo coinvolge in prima persona e lo impegna alla ricerca del senso. L\u2019esortazione che spesso risuona infatti \u00e8 la seguente: \u00abChi ha orecchie per intendere, intenda\u00bb, cio\u00e8 \u00abchi \u00e8 in grado di capire, cerchi di capire\u00bb. Ges\u00f9 racconta parabole non certo obbedendo a schemi prefissati ma, al contrario, sull\u2019onda della sua emozione interiore, sospinto dal bisogno di comunicare il mistero di Dio a coloro che gli stanno davanti. Le parabole sorgono dal cuore di Cristo, dalla sua passione per Dio e dal suo amore per l\u2019uomo, dal bisogno impellente di svelare adeguatamente il volto del Padre, il segreto della sua opera di salvezza, la potenza del suo Regno e le conseguenze per la vita degli uomini. Abbiamo cos\u00ec toccato il punto essenziale. La peculiarit\u00e0 del linguaggio parabolico appare fortemente legata alla persona stessa di Ges\u00f9. Precisando meglio, diremo che tale peculiarit\u00e0 deriva dalla conoscenza di Dio che Ges\u00f9 possiede e dalla sua attenzione per l\u2019uomo. Nessuno pi\u00f9 di lui \u00e8 abilitato a rivelare il volto di Dio, la sua potenza, la sua volont\u00e0; ma come non tenere conto delle disposizioni d\u2019animo di chi ascolta, della situazione personale degli uditori, della loro fatica a capire, della loro tendenza a fraintendere? Quando consideriamo le circostanze in cui Ges\u00f9 racconta le parabole, ci accorgiamo di quanto egli sia attento ai suoi uditori. Da un lato, dunque, le parabole sono un vero insegnamento; esse parlano di Dio, della sua opera, delle conseguenze per la vita degli uomini, della risposta che Dio si attende; dall\u2019altro, le parabole sono un atto di cortesia, di rispetto della libert\u00e0 degli uomini, di condiscendenza, quasi di tenerezza. Ges\u00f9 \u00e8 un vero maestro anche per questo. Egli conosce il cuore degli uomini e perci\u00f2 non ha fretta, sa adeguarsi al passo dell\u2019ascoltatore, accetta anche che questi faccia fatica a capire, attende che si ricreda e che riveda alcune posizioni. Intanto si ingegna di offrire un insegnamento che per lo meno susciti degli interrogativi, che faccia breccia in cuori induriti e che dia un orientamento sicuro ai cuori incerti e smarriti; un insegnamento, insomma, che permetta di compiere un primo passo e disponga a un cammino successivo. I ritmi della conoscenza che proviene dalla fede sono lenti. Per questo la rivelazione va anche nascosta, velata. La libert\u00e0 dell\u2019uomo non \u00e8 in grado di reggere tutto il peso della rivelazione di Dio. Cos\u00ec le parabole sgorgano dal cuore di Ges\u00f9 sotto la spinta incalzante dell\u2019urgenza dell\u2019evangelo; esse sono spontanee, non artificiali, nascono dalla vita stessa. Le parabole sono, in questa prospettiva, uno dei frutti pi\u00f9 belli del mistero dell\u2019incarnazione, la frontiera cui il linguaggio viene spinto dal Figlio di Dio, affinch\u00e9 risulti adatto a comunicare il mistero del Regno nel rispetto della concreta situazione dell\u2019uomo.<small> <em> di Carlo Maria Martini &#8211;<\/em> da Avvenire del 28 febbraio 2011<\/small><br \/>\n<a href=\"http:\/\/www.rete3.net\/cdp\/incontri\/fogli\/XXVTO_C.pdf\"><strong>Il foglietto<\/strong><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Incontro del 19 settembre Ges\u00f9 parlava in parabole. Basta scorrere le pagine dei Vangeli per averne la prova. E dobbiamo presumere che non lo facesse raramente, a giudicare dal numero di parabole che gli evangelisti ci hanno trasmesso. 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